Cenni storici
Sull’Italia povera, divisa e arretrata del secondo Ottocento, l’Unità per assurdo si abbatte quasi come una sciagura fatta di nuove tasse, coscrizione obbligatoria e ulteriori doveri in assenza di diritti, più che come un’adeguata organica spinta verso la democrazia e la civiltà. Il fenomeno del brigantaggio che infesta tutta la nazione, dalla Lombardia alla Sicilia, retaggio peraltro di una triste tradizione secolare, è in gran parte la disperata risposta delle classi subalterne alla miseria, all’ingiustizia, alla totale mancanza di prospettive di lavoro, dignità ed equità sociale. In questo quadro la Maremma tosco-laziale non fa eccezione, o meglio la fa in negativo: alla malaria che costringe i suoi abitanti all’estatura, la migrazione forzata che d’estate muoveva le persone e anche per decreto granducale, i pubblici uffici, verso le alture dell’interno, per sfuggire alla piaga delle paludi, si aggiungono l’analfabetismo imperante e la mortalità precocissima. Ci sono poi la mancanza di un lavoro che non fosse quello durissimo di carbonaio, pastore o bracciante, con la magra consolazione della nascente industria mineraria, le miserabili condizioni di vita della popolazione costretta spendere l’intera esistenza in poverissime capanne, nutrendosi spesso solo di radici e bacche, e infine l’assenza di una qualsiasi forma di giustizia. Tenacissima infatti è la resistenza del latifondo arcaico, attivamente assecondato dal governo e dai suoi rappresentanti locali, che non cede nulla dei suoi diritti assoluti su cose o persone. Tutto questo induce i più spavaldi, quelli che sentono di non aver più niente da perdere, a prendere la via della macchia, quasi sempre dopo il primo passo nel mondo del crimine avvenuto come casuale esplosione di tanta irreversibile disperazione.
Nella Maremma ottocentesca la gente diventa dura, perdendo anche quel poco di tenerezza che la miseria poteva averle lasciato, e quella terra amara non è altro che una specie di Far West, palcoscenico ideale per figure leggendarie, i butteri come i cowboy, i Carabinieri come sceriffi della prateria americana, e come fuorilegge, outlaw, wanted, ci sono i temutissimi briganti capaci di incarnare l’inevitabile ansia di ribellione dei dimenticati dalla storia.
La Maremma amara
‘…l’uccel che ci va perde la penna
il giovin che ci va perde l’amata,
io c’ho perduto una persona cara.’
La Maremma delle leggende è fitta di racconti interminabili d’amarezze e d’amori, di fughe e di battaglie. In questa geografia d’acque e foreste, di scogliere irte e terribili, che si perde tra il ricordo della dodecapoli lucumonia, le dodici città stato che costituivano la confederazione etrusca, il Rinascimento e il periodo dei regi presidi di Spagna, contro l’espansione dei Medici, la storia è passata lasciando solchi profondi.
Terra di malaria prima delle grandi bonifiche medicee, terra di mezzo per Dante, che ne stabilì i confini a Cecina e Corneto l’attuale Tarquinia, la Maremma è da sempre percorsa da un’aurea fantastica e fascinosamente tenebrosa. E così c’è chi nelle notti di luna piena, vede in cima alla Torre della Bella Marsiliana fiammeggiare e fluttuare nel vento la chioma rossa dell’irresistibile Margherita, figlia di Nanni Marsili, rapita dai turchi nel 1543, e finita moglie a Solimano II il Magnifico, a Costantinopoli. C’è chi cerca il famoso tesoro dell’Abbazia di San Rabano o la chioccia d’oro a guardia di una favolosa grotta tempestata di rubini e pietre preziose nella torre del bastione di difesa della fortezza dei templari. C’è chi ode il galoppo dello stallone nero del principe di Veio, che con la sua promessa sposa sfuggì all’assedio della città nel 396 a.C.
Ma fra tutti fu Dante ad infondere per sempre alla Maremma quell’aura di tragedia e di amarezza romantica che ancora oggi la connota. ‘…Siena mi fè, disfecemi Maremma…’ fece dire a Pia de’Tolomei nel Purgatorio e da allora la desolazione e l’abbandono del nero castello ancora circondato dalle paludi hanno nutrito la leggenda.
Ma sono i Monti dell’Uccellina il grande deposito dei misteri maremmani. Ogni torre che svetta tra l’aspra macchia mediterranea ha il suo e in quasi tutti si parla di tesori nascosti.
La Maremma geografica
La Maremma è una vasta zona dell‘Italia centrale, ricca di fiumi, pianure e monti. A nord è delimitata dal fiume Magra, che in parte segna il confine tra Liguria e Toscana, a sud dal fiume Volturno, ad est dagli Appennini ed ad ovest dal Mare Tirreno. Questa terra deriva il suo nome dallo spagnolo "Marismas" (palude) e comprendeva tutti quei terreni paludosi e boscosi, con il loro retro terra, denso di foreste, impenetrabile dal mare ai primi massicci appenninici. Ancora ai nostri giorni molte zone della Maremma, ciò che si scopre sembra impossibile da raggiungere se non con la fantasia: cavalli al pascolo brado, e qui ancora oggi vive il lupo, il tasso, l’istrice, il cinghiale, e varie specie di rapaci.
Speroni di tufo inaccessibili, valli profonde e dimenticate, macchie intricate come foreste. Pianori solitari come tracce di antiche civiltà, torrenti capricciosi e anse tranquille, mare, monti, colline. Colori, profumi, per chi ama la natura, un territorio magico. Già dal tempo degli Etruschi si allevavano i cavalli dai lunghi crini e le vacche dalle lunghe corna. I luoghi erano ideali perché le valli aperte ed assolate con tanti ruscelli ed erba davano cibo in abbondanza agli animali. Il territorio è rimasto selvaggio ed incontaminato. Si può spaziare ad occhio nudo, scoprendo migliaia di ettari di territorio a pascolo brado, senza incontrare anima viva. Questo è il mondo dove vivono e lavoravano i "BUTTERI".
I butteri
Dal levar del sole fino al tramonto in sella, dietro le mandrie di buoi al pascolo, lungo i sentieri tracciati negli anni dal passaggio delle transumanze. Questa l’esistenza condotta fino a qualche anno fa dai numerosi butteri che popolavano le campagne maremmane.
Il Buttero ("dal latino boum-ductor, conduttore di buoi o dal greco bùteros: bus, bue e toròs, pungolo") è un personaggio dall' alone eroico, che con il suo cavallo, ha affrontato più di ogni altro la natura ostile e selvaggia della Terra di Maremma.
La giornata del buttero cominciava prima dell’alba quando si recava ai mandrioli per prendere la cavalcatura che poteva scegliere tra le tre o quattro a sua disposizione. Il lavoro vero e proprio si svolgeva poi nei grandi recinti dove pascolavano i branchi di bestie da dover controllare, contare, spostare ed eventualmente recuperare nella folta macchia mediterranea che il buttero doveva conoscere a menadito. Non vi erano giornate facili, ma in alcuni momenti dell' anno il lavoro si faceva ancora più duro, erano questi i periodi delle "figliature", della "spocciatura", della merca e della doma dei puledri bradi.
Vestiti del tipico abbigliamento, muniti dei caratteristici attrezzi del mestiere, l’inseparabile catana a tracolla o appesa alla bardatura del cavallo, i mandriani percorrevano instancabilmente i monti e le valli attorno al paese, mentre sulla loro figura si addensavano aure di leggenda e di mito, ma anche nuvole di storie e racconti scherzosi e parodistici. La fantasia popolare, che ride dell’accentuazione dei caratteri, si è così divertita a creare l’immagine di un buttero esageratamente pigro, che si rifiuta di scendere da cavallo perfino per bere o mangiare. E certo la proverbiale indolenza, pur se ironicamente esasperata, possiede un fondo innegabile di verità che fa sorridere di sé persino i diretti interessati. Vero è comunque che la vita dell’allevatore e del suo cavallo non era delle più facili e richiedeva anzi sforzi e fatica.
Le corse dietro ai vitelli in fuga, i lanci delle "Lacciare", le operazioni della merca e dello sbrancamento, oggi sono per lo più degli esercizi di destrezza che appassionano il pubblico nei tornei organizzati per i turisti. Nel passato, però, erano attività dure, condotte nel quotidiano svolgersi del lavoro. Nella splendida cornice naturale dei Monti della Tolfa, per esempio, i butteri cavalcavano senza sosta, d’inverno e d’estate, sfidando il rigore della stagione fredda e il sole cocente. Nei rari momenti di pausa i cavalli potevano trarre ristoro dalle acque fresche dei fontanili dislocati lungo i percorsi abituali, poi di nuovo al galoppo, fino a sera quando lontano da casa il cowboy riposava nella tipica capanna di rami e foglie. Il corpo stanco per le fatiche della giornata si abbandonava su un pagliericcio.
Il buttero è stato fino a non molto tempo fa una figura insostituibile in Maremma, area fatta di vasti spazi, di terreni impervi e di paludi. Qui era il regno della vacca e del cavallo maremmano, animali bradi, allevati in branchi numerosi nelle grandi aziende. Il buttero era il mandriano, l'uomo preposto alla cura delle bestie che raggiungeva a dorso dei robusti cavalli maremmani, un personaggio dall'alone eroico che rappresentava e rappresenta il simbolo di questa terra antica, era ed è il custode dei millenari segreti del suo mestiere.
I briganti
Il brigantaggio è un fenomeno universale antico quanto l’uomo, perché, sotto denominazioni diverse e con diverse motivazioni e forme, fiorisce ad ogni latitudine e presso tutti i popoli durante i periodi di crisi politica, di indebolimento delle istituzioni pubbliche, di passaggio da un regime all'altro. Stupisce che la storia si sia interessata a trattare questo tema "negativo" soltanto di recente. Molti manuali ad uso scolastico classificano l'argomento come la spina nel fianco del nuovo Stato unitario e lo considerano semplicemente un episodio, tentando di liquidarlo con poche parole, quasi che ci si dovesse vergognare della sua persistenza nel nostro territorio. La storia deve necessariamente costruirsi anche attraverso l'indagine delle gravi piaghe sociali, andando a verificare come queste furono prodotte e perché non trovarono una soluzione in tempi brevi.
Lo Stato pontificio nel corso del 1800 era afflitto da una crisi economica e sociale che avrebbe potuto essere vinta soltanto con opportune e profonde bonifiche agrarie: l'ultima grande riforma in tal senso risaliva al secolo XVII ed aveva definitivamente ricostituito un potere politico di stampo medievale economicamente sorretto dal latifondo e da scarsissime industrie. I grandi proprietari erano completamente estranei ai bisogni materiali della collettività, non intendevano minimamente rinunciare al monopolio della terra e persistevano nell'immobilismo più vergognoso. In particolare per le terre e le popolazioni di una vasta zona compresa tra l'odierno grossetano e l'alto viterbese, le condizioni socio-economiche erano andate progressivamente peggiorando, non avendo esse usufruito neanche di quel poco di ammodernamento avvenuto durante l'assolutismo illuminato. Le manifestazioni banditesche più significative si verificarono soprattutto in Maremma, una zona costiera paludosa e malsana, che in un groviglio di macchie e forreti, di distese aspre, di malaria, di pena e di morte delineava un confine convenzionale tra lo Stato papalino ed il Granducato di Toscana.
Nel corso dei secoli questo territorio proibitivo, caratterizzato da una bassissima densità di abitanti per kmq, divenne la meta per molti albanesi, corsi, marchigiani, sardi, latitanti e disertori che, attratti dalle promesse d'impunità ed assegnazione di terre, di attrezzi e di abitazioni, non avevano più nulla da chiedere alla vita se non quel minimo di sostentamento negato loro dalle ancor più misere condizioni del paese natale. Questa povera gente, inchiodata al lavoro di una terra ingrata, subiva lo sfruttamento dei latifondisti, dei loro ministri, fattori, affittuari, caporali e guardiani: viveva nella più nera indigenza entro catapecchie in condizioni igienico-sanitarie subumane, in promiscuità con gli animali e doveva quotidianamente combattere contro gli attacchi delle malattie endemiche. A questa base di ingiustizia sociale del tempo, papalina prima e sabauda poi, si aggiunga il quadro sconfortante della Pubblica Istruzione, che se nel 1870, nella città di Viterbo, contava un buon 90% di analfabeti, era ancora peggiore nel circondario, e poco dovette migliorare in seguito, considerando le numerose croci che si trovano come firma nei processi. Tali condizioni fungevano da brodo di coltura per lo sviluppo della piccola e grande delinquenza alla quale si dedicarono i maremmani più animosi e privi di scrupoli. I briganti però nel corso dell'Ottocento proliferarono a dismisura anche grazie al permissivismo di vari papi. Pio IX (1846-1878), consapevole di venire ben presto spogliato del potere temporale, nell'estremo tentativo di salvare il salvabile, fece inasprire le misure poliziesche contro i liberali piuttosto che contro i briganti, che venivano anzi paternamente tollerati.
Quando nel 1870 ai gendarmi, ai governatori e ai delegati apostolici si sostituirono carabinieri, pretori e prefetti la situazione era già irrimediabilmente compromessa. Negli anni immediatamente successivi all'Unità d'Italia le attese dei contadini maremmani verso la proprietà della terra erano state deluse; peggio: erano state represse ed oltraggiate. Con le "leggi eversive" (7 luglio 1866 e 15 agosto 1873) lo Stato incamerò immensi patrimoni terrieri che appartenevano alla Camera apostolica e li alienò a favore degli stessi proprietari, anziché distribuirli gratis ai contadini senza terra o quantomeno attraverso lunghe rateizzazioni. A complicare la situazione contribuì l'imposizione dell'iniqua tassa sul macinato, detta anche "tassa della fame", introdotta dal Ministro delle Finanze Quintino Sella e la minaccia di abolizione (poi scongiurata) degli Usi Civici, vale a dire dei diritti concessi alle popolazioni povere di esercitare gratuitamente alcune attività agricole su terreni di proprietà sia pubblica che privata, molto diffusi nell'ex Patrimonio di San Pietro. Nella relazione alla grande Inchiesta Agraria promossa dal Parlamento del Regno ed effettuata in Maremma nel 1883, il senatore Jacini non esitò a descrivere con considerazioni agghiaccianti l'indigenza dei braccianti: "Assorbiti dai bisogni quotidiani di una vita incerta e laboriosissima non hanno il tempo né il modo, né di coltivare le loro intelligenze, né di curare il loro carattere. Vivono come possono e muoiono sapendo appena di aver vissuto".
I briganti nativi di questi luoghi erano tutti di estrazione popolare e contadina, trovavano sempre nei paesi di origine parenti ed amici disposti ad aiutarli e reclutavano con facilità i propri manutengoli tra i miserabili delle campagne, i quali intravedevano nell'opera del bandito "livellatore" l'unica forma di rimedio ai torti ed alle ingiustizie sociali. Anche i latifondisti avevano tutto l'interesse di accattivarsi i briganti per evitare incendi di boschi e di coltivazioni o deturpazioni agli allevamenti. Molti di loro assoldavano i malviventi, dietro il pagamento della famosa "tassa sul brigantaggio", per tenere lontane dalle aziende altre bande di malfattori. In Maremma la fitta e rigogliosa vegetazione della Selva del Lamone, dei boschi di Montaùto e quelli di Castro, ricca di anfratti, di grotte e di tombe etrusche, presentava larghissimi tratti inaccessibili e costituiva il rifugio ideale per i briganti ed un autentico labirinto per le forze dell'ordine. La conformazione geografica del territorio contribuì senz’ombra di dubbio ad allungare i periodi di latitanza dei briganti maremmani.
I malandrini di campagna e della strada non avevano criteri preordinati che informassero le loro azioni, non seguivano una "politica" delle estorsioni. Chiunque incappasse in loro, ricco o povero, nobile o plebeo, si sentiva intimare il terribile faccia a terra! ed era costretto a versare il bottino. Il ceto borghese, e più ancora la casta nobiliare o gentilizia dei vari comuni del circondario erano presi di mira con più facilità perché davano garanzia di sicuro profitto e, in secondo luogo, perché costituivano il tradizionale bersaglio dell'odio atavico dei miseri. L'identikit di questi signori corrispondeva in gran parte a vagabondi che, spinti dalla mancanza di mezzi di sussistenza, non esitavano a svuotare le tasche al primo sfortunato viandante.
Mentre nella zona orientale del viterbese l'azione delle nuove forze dell'ordine e decine di condanne ai lavori forzati decretavano il tramonto del banditismo intorno al 1875, la Maremma assisteva alle prime gesta del famigerato brigante Domenico Tiburzi, assurto in seguito alle cronache nazionali per le sue doti di imprendibilità.
Il governo sabaudo, che aveva già attraversato l'esperienza cruciale del brigantaggio meridionale, cercò sempre di minimizzare il fenomeno. Ma il 15 maggio 1892 si formò il primo governo di Giovanni Giolitti che assunse ad interim anche il Ministero dell'Interno. Lo statista piemontese, all'atto del suo insediamento, espresse la volontà di estirpare il brigantaggio in Maremma ed ordinò alle autorità di intervenire energicamente. Nel gennaio del 1893 ebbe inizio una retata delle forze dell'ordine senza precedenti conclusasi con un maxi processo che coinvolse 271 persone, tutte abitanti nella zona dell'ex Ducato di Castro, accusate di favorire la latitanza dei briganti Domenico Tiburzi e Luciano Fioravanti. Le gesta dei due super ricercati stavano attraendo ormai la cronaca nazionale. Lo stesso Giolitti ripropose indignato la questione del brigantaggio in Maremma alla Camera dei Deputati nella seduta del 17 aprile 1893 esordendo così: "E’ intollerabile che due o tre briganti si siano imposti ad un circondario intero e che siano aiutati da un gran numero di conniventi. Un paese civile non può sopportare sì grave offesa alla legge e al governo e ha il dovere di farla cessare a qualunque costo. Ora per rompere la rete di interessi che si era costruita bisogna ricorrere a misure abbastanza gravi. Il numero dei manutengoli è grandissimo, e cadesti manutengoli non appartengono tutti alle ultime classi sociali. E' questa la ragione per cui i provvedimenti destano maggiore rumore".
Nella riluttanza ad ammettere certa cronicità del male, si dava la colpa ai manutengoli, a questi presunti tifosi e favoreggiatori del banditismo. L'azione del Governo aveva certamente reso la caccia ai banditi più massiccia e serrata ma, allo stesso tempo, provocò il rifiuto della gente a confidarsi con i carabinieri. Inveire maxi processi contro questa schiera di persone, spesso assurdamente riconosciute in ogni abitante delle campagne, significava giudicare il brigantaggio unicamente sotto il profilo tecnico-giuridico di infrazione alle leggi dello Stato, riducendo il problema ad una semplice delinquenza da estirpare con la repressione poliziesca senza badare troppo ad interventi di prevenzione sociale. Le miserande condizioni di vita del contadiname non potevano ad ogni modo legittimare la presenza dei briganti e presentarli come giustizieri di un torto storico, ragion per cui difficilmente reggerebbe quel rapporto deterministico di causa-effetto. La verità è che - ferma restando la scarsa sensibilità dell'Italia ufficiale per i bisogni di quella reale - questi malviventi erano tipi maneschi e litigiosi, non di rado ubriaconi, capaci di accoltellare per una parola di troppo, e bastava un attimo di smarrimento per creare un nuovo ricercato. La classe contadina, per parte sua, teneva sempre aperte le porte per un reinserimento sociale, e non si preoccupava affatto di richiedere un certificato penale per dare lavoro ad un bifolco o pastore che sia.
Dagli incarti processuali emergevano situazioni familiari in dissesto per la scomparsa prematura di uno od entrambe i genitori, infanzie vissute sulla strada senza guida alcuna che segnano già in partenza l'inclinazione al crimine. Carenze affettive e sconvolgimenti psicologici avevano indubbiamente giocato un ruolo di primo piano nel determinare la scelta di vita di questi uomini.
I malviventi valgono più per quello che non dicono che per quello che fanno e poco importa classificarli come eletti o dannati; ciò che conta è la loro presenza, il fatto stesso che esistano e proliferino: il brigantaggio rimarrà in ogni tempo la spia mostruosa di un malessere non curato.
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